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Rubrica "Mi racconto" 27/11/04     di Federico Cerrone

Il mio mulo 2, la moto Guzzi

Un altro compito che mi fu affidato all'inizio fu di compilare lo schedario degli abitanti della nostra zona. La zona, oltre il capoluogo, S. Filipe, comprendeva villaggi agglomerati o di case sparse, collegati da una strada carrozzabile o da sentieri appena tracciati; il tutto poteva assommare 10.000 abitanti.
Inforcai la mia moto Guzzi 50 cc. e percorsi in lungo e in largo la zona, raggiunsi le località sperdute, percorsi i sentieri dei pastori e delle capre, tentai di registrare i più strani nomignoli; conobbi il segreto della costituzione di alcune famiglie: madri uniche responsabili di una nidiata di figli, uomini con doppia famiglia, bambini scritti all'anagrafe con un solo genitore.
Insomma, il lavoro si faceva interessante, cominciavo ad afferrare un po' di criolo, conoscevo la vita da vicino e nascevano le prime amicizie.
Vidi da vicino l'animazione delle scuole parrocchiali, che i missionari aprivano per rimediare alla carenza di scuole elementari. Ricordo Antonino di Curral Grande che riusciva a tenere a bada uno sciame di circa 150 alunni, delle quattro classi, dividendoli in gruppi e utilizzando i maggiori nell'insegnamento dei minori.
Pochi anni dopo questa esperienza iniziale fui trasferito a S. Lorenzo, dove da anni lavorava il padre Fedele.
Questo reduce dell'Abissinia, già quasi anziano, era un bel modello di missionario instancabile, di intensa vita spirituale, con un apostolato organizzato in base a schedari di ammalati, poveri, lebbrosi, catechisti.

Di indubbia ortodossia cattolica di tipo preconciliare, mi strigliava senza mezzi termini quando sembrava che uscissi dal retto cammino senza però conservare un'ombra di rancore o animosità: un vero modello di fratello anziano.
La mia prima incombenza fu di portare la comunione pasquale ai vecchi e malati dei vari villaggi seguendo l'elenco che si tramandava da un anno all'altro.
Partii con fratello mulo e con l'indicazione delle famiglie dove sarei stato ospitato. Qui conobbi la generosa ospitalità della gente ma anche – la notte – la voracità di pulci e cimici particolarmente affamate di carnagione bianca.
Questo circolare colla lentezza del mulo mi facilitava il contatto colle persone, in particolare con i cristiani disposti a perder tempo con me per accompagnarmi ai casolari, mi permetteva di conoscere sempre meglio la fauna e la flora, i costumi e i problemi della vita e delle famiglie.
Tra tutti emergeva il problema dei lebbrosi che vivevano isolati nelle loro case condannati all'abbandono e alla miseria.
In collaborazione con gli altri missionari e le sorelle francescane nasceva il desiderio di riattivare il vecchio edificio dell'antica lebbroseria per convertirlo in casa di accoglienza dei lebbrosi. L'edificio ci fu concesso e fu ribattezzato col nome di Casa Betania.

Grazie alla generosa collaborazione delle Sorelle Francescane, Casa Betania fu per un trentennio un faro di testimonianza evangelica per tutta l'isola di Fogo.
Solo con la recente costruzione del Centro Sociosanitario, Casa Betania vi fu trasferita in un padiglione nuovo colla prospettiva di una nuova fioritura di amore e di solidarietà con i poveri.




Pietro con la sua Guzzi


Federico il filosofo e lo scrittore


Eccoci in 2, il mulo e la Guzzi!


Ecco la Guzzi di Padre Ottavio

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